“Ospitateli a casa vostra!” dicono spesso coloro che si oppongono ad una gestione più umana e dignitosa del fenomeno migratorio. Ma si può fare davvero? E come? Don Mimmo Giannuzzi, direttore a livello diocesano della Caritas Italiana, ci presenta il progetto di accoglienza “Rifugiato a casa mia”.

Come nasce questo progetto?

Questo progetto nasce da un invito che Papa Francesco ha rivolto alle parrocchie, ai monasteri e ai santuari di tutta Europa, invitandoli ad esprimere la concretezza del Vangelo accogliendo ognuno una famiglia di profughi. Alla base di questo progetto c’è anche una consapevolezza: il motivo del fallimento di molte esperienze di accoglienza è l’assenza di un progetto educativo e di una preparazione adeguata della comunità accogliente, spesso lasciata sola. E’ necessario quindi provare a trovare una risposta concreta ad una questione sociale: il progetto “Rifugiato a casa mia”, promosso dalla Caritas italiana, vuole essere questa risposta.

In cosa consiste il progetto “rifugiato a casa mia”?

Accogliamo per sei mesi rifugiati che sono di passaggio o chiedono di essere accolti in Italia. Nella nostra diocesi, la parrocchia Santi Pietro e Paolo a Gravina ha accolto una donna con la sua bambina, mentre la parrocchia di Sant’Eustachio ad Acquaviva ha accolto due ragazzi di diciotto e ventidue anni, provenienti dal Gambia e dal Ghana, fuggiti a maltrattamenti e situazioni di estrema povertà.

whatsapp-image-2017-02-14-at-10-34-59
Brigitte e la sua famiglia tutor di Gravina in Puglia

Chi si prende cura di loro?

Ogni persona è affidata ad una famiglia tutor, che ha il compito di fare da ponte tra queste persone e la comunità. Il ruolo delle famiglie è quello di accompagnarle in questo percorso e renderle autonome. Devono cogliere i bisogni, le paure e le difficoltà che spesso non emergono facilmente: si tratta di persone che hanno vissuto esperienze molto forti, subito dei traumi, perso ogni sicurezza.

Come si cerca di favorire l’inclusione sociale?

Il primo passo è insegnare la lingua italiana per consentire la comunicazione, poi si cercano degli strumenti che favoriscano l’inclusione: ad Acquaviva i due ragazzi accolti, per esempio, hanno avuto la possibilità di frequentare una scuola guida. E’ importante anche far conoscere loro il territorio, gli ambienti in cui si trovano, farli entrare in relazione con persone con cui possono condividere dei percorsi e delle esperienze: nella nostra diocesi questa donna con la sua bambina sono state accolte all’interno del gruppo famiglia, mentre i due ragazzi frequentano i giovani della comunità.

Qual è l’esperienza delle comunità accoglienti?

La comunità riceve tanto, perché entra a contatto con esperienze che ci sembrano lontane, ma che fanno parte della nostra storia: ascoltare le loro storie, scoprire il motivo per cui sono qui in Italia ci aiuta a demolire i nostri pregiudizi. Si entra a contatto anche con religioni e culture diverse: uno dei ragazzi che ospitiamo è di religione islamica e spesso si ferma a chiacchierare con noi nei locali della parrocchia. La diversità culturale e religiosa è motivo di confronto, ma non è assolutamente motivo di tensione.

Cosa viene fatto, invece, per facilitare l’inserimento del mondo del lavoro?

Ci sono diverse esperienze in Italia: alcuni ragazzi hanno frequentato delle scuole di potatura, sono entrati in contatto con i sindacati o con altre associazioni del mondo del lavoro, in particolare di quello agricolo. In questi sei mesi, inoltre, imparano a conoscere la nostra cultura, il primo passo necessario perché siano pronte ad entrare nel mondo del lavoro.

E’ previsto un contributo economico per le comunità e le famiglie ospitanti?

Il progetto prevede soltanto un contributo minimo di 100 euro al mese per ogni persona ospitata, a cui si aggiunge un contributo di altri 100 euro offerto dalla Caritas e dal vescovo. Questo contributo è utilizzato per pagare, ad esempio, lezioni di lingua italiana, la scuola guida, un corso di avviamento al lavoro. Non viene dato un rimborso spese alle comunità perché l’idea è che ci sia un vero investimento caritativo.

Aldilà dell’aspetto economico, che supporto viene dato alle famiglie e alle comunità?

La diocesi ha messo a disposizione di questo progetto un mediatore culturale, uno psicologo ed un educatore che è referente del progetto. Sono figure essenziali per supportare la comunità in questa esperienza di inclusione sociale: come ho già detto la comunità non può essere lasciata sola, altrimenti è naturale che nascano reazioni di sospetto, di paura, spesso anche di rabbia.

whatsapp-image-2017-02-14-at-11-32-50
Don Mimmo Giannuzzi con Collins e Lamin

Come stanno reagendo, invece, le comunità in Italia? Le sembra che ci sia una reazione positiva?

C’è una reazione positiva, che supera le nostre aspettative. Alcune diocesi hanno accolto cento, anche duecento persone, e possono testimoniare il valore aggiunto di questo progetto rispetto alle modalità tradizionali di accoglienza. Nella nostra diocesi abbiamo accolto solo quattro persone, forse potevamo fare un po’ di più, ma questa è un’esperienza nuova, ed è naturale che la novità spaventi.

Ci sono motivi reali per avere paura?

La paura principale, ovviamente, è di natura economica, e la crisi di certo non ci aiuta. Queste, però, sono esperienze di cui le nostre comunità hanno bisogno per sperimentare la forza dirompente del messaggio evangelico: ci sono questioni e dinamiche sociali che non possono essere ignorate, perché una comunità che si chiude in se stessa e che non guarda a ciò che le accade intorno è una comunità che rinuncia al suo ruolo sociale, e questo non può e non deve accadere.

Cosa risponde a chi sostiene che progetti come questo danneggino gli italiani in difficoltà?

L’accoglienza degli immigrati non va a discapito di altre povertà: in diocesi seguiamo circa tremilacinquecento persone italiane e abbiamo accolto quattro stranieri. Anche nelle diocesi che hanno accolto cento o duecento migranti il divario rimane enorme: da questo punto di vista credo che non ci sia davvero nulla da temere.

Pensa che questo progetto possa incidere sulla gestione del fenomeno immigratorio in Italia?

Per affrontare questo fenomeno è necessario cambiare la prospettiva da cui lo si guarda. Io credo che un cambiamento come questo nasca non solo da una riflessione, ma da un’esperienza, anzi: forse una riflessione diventa vera quando è una riflessione su un’esperienza, una lettura di un’esperienza. Noi vogliamo proporre un’esperienza di accoglienza, per poi leggerla. Un’esperienza molto concreta che ha come finalità la crescita della persona nell’ambito delle relazioni umane e dell’indipendenza grazie all’aiuto della comunità.

Il progetto “Rifugiato a casa mia”, quindi, offre la possibilità di sperimentare un’accoglienza che vada al cuore del problema, che non sia fatta di numeri ma di risposte concrete: sarà forse questo il nuovo umanesimo che stiamo aspettando?

Mariateresa Natuzzi

 

 

 

Advertisements