Sin da bambino i miei genitori e le persone che hanno contribuito alla mia formazione mi hanno fatto capire che bisogna sempre trarre insegnamento dalle esperienze della vita. Sì, lo so, suona alquanto banale e retorico. Però non posso trattenermi dal cercare di fare il punto della situazione al termine di un’esperienza carica di significato come il ciclo di conferenze “Libera-mente: creatività, ricerca e resilienza nel mondo arabo contemporaneo”.

Si è trattato di una serie di incontri, organizzati con l’associazione Leftlab-Bari, ai quali hanno partecipato alcuni ospiti per presentare i loro libri ed il loro lavoro. Nell’ordine sono stati nostri ospiti: Takoua Ben Mohamed ( fumettista, graphic novelist ,screen-writer, fondatrice de “Il fumetto intercultura”e autrice del libro “Sotto il velo”); Lorenzo Declich (esperto di Islam, ricercatore freelance, collaboratore di varie testate ed autore di vari libri tra cui “Giulio Regeni, le verità ignorate”); Paola Caridi (giornalista, storica, scrittrice, blogger e autrice di “Gerusalemme senza Dio, ritratto di una città crudele”); Cecilia Dalla Negra e Fouad Roueiha (membri della redazione di “Osservatorio Iraq-Medio Oriente e nord Africa e curatori, insieme a tanti altri, del libro “Rivoluzioni violate,cinque anni dopo: attivismo e diritti umani in Medio Oriente e Nord Africa”).

Ma andiamo per gradi. Torno alla domanda iniziale e mi chiedo: cosa ho imparato da tutto questo?

Prima di tutto ho imparato che leggere non è solo un’attività tra le altre ma un allenamento fondamentale per mantenere la mente aperta e sensibile alle dinamiche del mondo che ci circonda. E fin qui direte: sai che scoperta! Di nuovo ho imparato che leggere non solo è bello, necessario e produttivo ma che è ancora più importante rendere gli altri partecipi della crescita che certi libri permettono. Ho imparato, un po’ grazie alla mia sfacciataggine, che ci sono autori così disponibili, appassionati del loro lavoro e vogliosi di produrre e divulgare conoscenza, che non si fanno problemi a rispondere alle domande del primo pinco pallino che gli scrive su Facebook (io, in questo caso). Ho imparato che, se qualcuno oltre a te ha la voglia di organizzare e di mettersi in gioco, puoi invitare questi autori a presentare il loro lavoro a favore di chi voglia approfondire certi argomenti.

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Ho imparato che la libertà di espressione, attraverso la scrittura come attraverso la produzione artistica, è un valore fondamentale da tutelare (soprattutto quando i contenuti sono di qualità). Ho imparato che vincere certi pregiudizi è difficile ma necessario, anche se il fatto di essere una ragazza col velo ti impedisce di essere considerata per ciò che sai fare meglio, piuttosto che per ciò che porti (o non porti) sulla testa. Ho imparato che gli eventi più mass-mediatizzati ed attenzionati possono influenzare e cambiare la vita quotidiana di una ragazza come tante solo perché, appunto, porta il velo sulla testa. Ho imparato che, se hai il coraggio e la forza di ironizzare su tutte queste cose, puoi raccontarle e farne il tuo lavoro.

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Ho imparato che sulla scomparsa e sulla morte di Giulio Regeni ci giochiamo tutto: dimenticare Giulio, ed i tanti Giulio lontani dai riflettori dei media nostrani, vuol dire dimenticare i diritti umani nella loro interezza. Ho capito che le ragioni geo-politico-economiche non devono e non possono prevalere sul valore di ogni singola vita umana. Ho capito che Giulio è stato semplicemente tutto ciò che vorrei essere io: un giovane studioso che si occupa e si interessa delle dinamiche sociali del mondo con passione, onestà e schiettezza. Per tutte queste ragioni ho imparato che non bisogna smettere di chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni.

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Ho imparato che  sono stato più volte a Gerusalemme senza cogliere mai appieno la sua crudeltà. Ho imparato che Gerusalemme mette alla prova la nostra capacità di percepire il tempo, lo spazio, le pratiche sociali ed i segni di una vita nascosta ed invisibile: quella dei gerosolimitani. Ho capito, soprattutto, che la città “tre volte santa” non è solo uno dei tanti luoghi carichi di tensione sociale e militare sparsi per il mondo: Gerusalemme è il teatro sul quale si tengono le prove generali di un modello di pace e coesistenza che interessa il futuro del mondo intero.

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Ho imparato che la rivoluzione, nei paesi arabi come ovunque, è un processo lungo del quale è assai difficile scrivere la parola “fine”. Ho imparato che, nell’era della post-verità, bisogna avere il coraggio di schierarsi e allo stesso tempo lasciarsi provocare da ciò che esula dalla “bolla” del nostro giro di conoscenze e convinzioni. Ho imparato quanto è necessario produrre un’informazione che sia a metà strada tra l’elaborazione accademica (sempre troppo complessa, elitaria ed autoreferenziale) e la narrazione dei media mainstream (sempre più costretti dalle logiche di mercato e click-baiting  alla sintesi e alla superficialità). Ho imparato che non è più possibile, nell’era dei social media in cui tutto è estremamente mediatizzato, voltare la faccia di fronte a teatri di morte, distruzione e  violazione di diritti come quelli che vediamo oggi nel mondo arabo.

Ho imparato che se si costruiscono reti di conoscenza e collaborazione, tutto è possibile. Non è una frase da baci Perugina. Parlo di persone vive ed esistenti che hanno condiviso ed organizzato tutto questo insieme a me: Ikram Rachid, Fiorenza Basso, Vincenzo Petronella e Maria Gisella Basso innanzi tutto. Senza il loro supporto logistico, intellettuale, mentale ed organizzativo, tutto questo non sarebbe stato possibile. Ho imparato che, a Bari come altrove, c’è tanta voglia e tanta necessità di eventi come questo. Lo dimostra la presenza di giovani e meno giovani durante tutti gli incontri. Lo dimostra anche la presenza di docenti universitari, entusiasti per la presenza dei nostri ospiti sul territorio cittadino.

Ho imparato, infine,  che aveva ragione Aldo Busi quando diceva che non si può fare cultura senza coltura, cioè senza apprezzare il valore del cibo e della convivialità. Tra una birra ed un bicchiere di vino ho visto ragazzi della mia età, alcuni venuti appositamente da fuori, cazzeggiare e, allo stesso tempo, intavolare discussioni di rilievo con gli ospiti eccezionali che hanno accettato il nostro invito.

Insomma, una gran bella cosa. Mi hanno insegnato però che tutto è perfettibile e, pertanto, i piccoli errori e le pecche organizzative di questi incontri saranno per noi uno stimolo a migliorare e ad offrire un prodotto migliore nelle prossime occasioni. Se ci saranno, Inchallah.

Francesco Petronella

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