Il terremoto Trump sembra non voler finire: una scossa dopo l’altra, decreto dopo decreto, il nuovo Presidente degli Stati Uniti scuote il mondo intero. Un’arma dalle conseguenze immediate, certo diversa da una più democratica riforma a lungo termine che coinvolgerebbe il parlamento. Così, capace ormai di decidere della vita della gente, quel divertente parrucchino biondo inizia a far paura, come un ubriaco al volante (da una settimana!) che non si sa se e dove andrà a sbattere.
L’ultima del Donald: il Muslim Ban. Mr Trump ha così deciso di stoppare l’entrata negli Stati Uniti delle persone provenienti da Iraq, Siria, Yemen, Libia, Somalia, Sudan e Iran, sette paesi a maggioranza confessionale islamica, per ragioni di sicurezza. Solo 90 giorni, dice, il tempo di trovare una soluzione al terrorismo.

Provo a schiarirmi le idee separando gli ingredienti di questo velenoso minestrone, ricetta Trump.


La sicurezza
Vivo oggi in Israele, un paese che con la scusa della sicurezza ha eretto un muro e occupato un territorio. Qui i diritti umani, fondamento di un paese che si dichiara democrazia, vengono spesso messi da parte in nome di (presunte) “ragioni di sicurezza”.
Proprio qui, allora, ho imparato a non fidarmi. Sicurezza perché? Da cosa o da chi dovete proteggere?

I terroristi
Dal terrorismo, è la risposta. Da qualche anno ormai trementi attentati mietono vittime anche dove prima credevamo di essere al sicuro. Prima spettatori lontani, oggi siamo coinvolti in prima persona. Sì: il terrorismo esige una risposta politica ponderata a lungo termine. Che non è quella di Trump. Non mi risulta che Trump ne abbia e francamente dubito che ne avrà. Il Muslim Ban non è un provvedimento pensato per sconfiggere il terrorismo, punto.
Come ricorda un post di Amnesty International Italia « gli uomini, le donne e i bambini contro i quali è rivolto il decreto firmato da Donald Trump sono vittime dello stesso terrore che il presidente dichiara di voler combattere. Da non credersi, tanto più se si pensa che gli Usa hanno direttamente contribuito all’instabilità che spinge in molti paesi la gente a fuggire ». Non ho altro da aggiungere.

I musulmani
Esseri umani accomunati da una fede. E stopparsi qui.
Essere musulmano non è una nazionalità né una colpa, non sono alieni, né una setta a parte. Che “musulmano” non diventi un marchio, che non diventi una categoria che noi per primi applichiamo alla gente perchè “tu non sei un italiano, sei un italiano musulmano”. Tra i due ci deve essere differenza.
L’ultimo attacco a Qebec City è stato definito da molti media, come dallo stesso governo canadese, un “attacco ai musulmani”. Sì, effettivamente sono stati colpiti fedeli mentre pregavano in una moschea, il ché è gravissimo. Ma attenzione alla linea sottile che passa tra la giusta denuncia di un attacco ad una comunità religiosa colpita in quanto tale e quel sottinteso “loro, quei musulmani”, quelli che non siamo noi. Quei concittadini diversi, musulmani prima che Quebecois.

Iraq
Un tempo la fiorente Mesopotamia, lì dove tutto è cominciato. Stato giovane, dai confini tracciati con il righello sulla sabbia, che la Great America ha “liberato” da Saddam Hussein. Oggi è un paese incapace di trovare una stabilità alternativa all’ex leader dittatoriale, diviso tra gruppi etnici e religiosi, quali i curdi a Nord, sciiti, sunniti. In guerra, in parte occupato dallo Stato Islamico.

Siria
(Ex) stato dilaniato da cinque anni da una guerra forse più mondiale che civile. A partire da proteste pacifiche interne al paese, dal 2011 Bashar Al-Asad risponde con la violenza. Oggi, combatte contro un mosaico di gruppi che si combattono a loro volta: i famosi Ribelli, tra cui vari gruppi islamisti. Lo Stato Islamico, intanto, si ritaglia corridoi qua e là.

Yemen
Teatro regionale di uno scontro interregionale: quello tra sciiti e sunniti. Paese tempo fa riunificato che restava internamente diviso, lo Yemen vive un 2011 turbolento. Il colpo di stato minoritario degli Houthi, sostenuti dall’Iran, ha riportato al caos dal 2014 ad oggi. Ora è ancora un territorio teatro di scontri militari e attentati. Numerosi quelli di cui Daesh yemenita è responsabile.

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Libia
Un altro stato disegnato a tavolino, ex colonia italiana che racchiude al suo interno una tripla storica evidente divisione territoriale. Una volta caduto Gheddafi nel 2011, scoppia una guerra civile tra milizie tribali disseminate sul vasto territorio, tutto è tranne che centralizzato. La situazione si aggrava nel 2014 dopo il colpo di stato del generale Haftar a Tripoli. Intanto, dalla Libia migliaia di migranti spesso solo “di passaggio” tentano la traversata del Mediterraneo.

Somalia
Tra gli anni ‘60 a pochi anni fa la Somalia ha dovuto affrontare guerre territoriali contro l’Etiopia e una sanguinosa guerra civile, cominciata negli anni ‘80 e ancora in corso. Qui nasce il gruppo terroristico Al-Shabaab, in un contesto invivibile, oggi diviso tra innumerevoli gruppi ribelli.

Sudan
La seconda guerra civile del Sudan termina nel 2005, dopo 50 anni praticamente ininterrotti di conflitto intestino allo stato. Quattro anni dopo l’accordo del 2011, nasce il Sud Sudan, dove da quest’estate si è già ricominciato a combattere. Anche qui, i caschi blu scendono in campo nel tentativo “promuovere la pace”.

Iran
Dalla rivoluzione del 1979, l’Iran di Khomeini si trasforma in una repubblica islamica, governata da religiosi sciiti. In Iran, oggi, le donne hanno l’obbligo del velo. Il paese si inserisce nel contesto instabile della regione come spesso finanziatore o sostenitore dei gruppi sciiti, spesso militari, del mondo arabo. Per anni è stato in guerra contro il vicino di casa: l’Iraq di Saddam. I rapporti con gli Stati Uniti si incrinano a partire dal ‘79, dopo anni di collaborazione. L’Iran è oggi uno stato ben lontano dal nostro ideale di paladino dei diritti umani, ecco.

I rifugiati
Che arrivano proprio da questi contesti. Parlando di sette “paesi musulmani”, omettiamo storie di stati dai confini traballanti, ma soprattutto storie di civili. Per ognuno di questi paesi non basterebbe un libro, io ho tentato di riassumere malamente la situazione in quattro righe. Post-it per ricordare. Fermare le persone provenienti da questi stati, addirittura quelli con doppia cittadinanza (e quindi cittadini americani!), è un oltraggio. Servirsi del criterio con cui questa operazione è stata giustificata è pericoloso. Per di più, fermare i rifugiati è illegale, visto che « Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche » (Art. 33 della Convenzione di Ginevra sui Rifugiati, 1951).

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Ora, rimettiamo insieme gli ingredienti.

Il Muslim Ban si basa sulla tremenda equazione Islam = terrorismo. Sbagliata. Intanto migliaia di persone sono bloccate negli aeroporti, luoghi simbolo del mondo che si incontra, senza sapere dove andare. Andate via! Dicono. Dove vogliamo mandare, magari, i nostri vicini di casa? E soprattutto perché, con quale colpa se non una paura irrazionale? Non ci sono accuse provate a singoli individui, si sta stoppando una comunità specifica. E i rifugiati, respinti anch’essi, ricordiamoci che sono chiamati con questo nome proprio perché si rifugiano da pericoli, gli stessi che giustificano le misure di sicurezza che cerchiamo malamente di mettere in pratica. I rifugiati non sono terroristi ma civili, persone che popolavano quegli stati tutt’altro che stabili. Sono costretti a partire verso un altro paese abbandonando tutto, e Donald Trump fino a qualche giorno fa era il loro ultimo problema. Loro sono le prime vittime, dei terroristi, delle guerre, ma anche nostre, degli Stati Uniti o dell’Unione Europea. Noi puntiamo il dito contro Trump e abbiamo mille ragioni per farlo, ma che ne è della nostra Europa dei valori? Siamo poi così diversi quando barattiamo con Erdogan la vita dei meno fortunati? Come possiamo essere d’esempio? Forse siamo solo meno sfacciati.

P.S.: I soldi
Trump sembra scemo ma non lo è. L’ordine esecutivo esclude dalla lista Arabia Saudita, Egitto e Libano, dove sta facendo affari. Se li avesse inclusi? Non sarebbe stato meno ingiusto.

Arianna Poletti

 

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