Il saggio di Edward Said intitolato “Orientalismo” risulta ancora oggi, nonostante i suoi limiti ed i suoi anni, estremamente attuale. La connotazione mistificatoria e stereotipata del concetto di “Oriente” enucleata da Said ha trovato esempi estremamente rappresentativi nel cinema italiano del ‘900. Per questa ragione ho deciso di analizzare, per quanto le mie competenze possano permetterlo, la rappresentazione dell’ “Oriente” in  alcuni film del più grande attore comico che l’Italia abbia mai conosciuto: Totò.

Premessa. La scelta di questo argomento deriva da due fattori. Il primo è il mio amore viscerale per i film di Totò, alcuni dei quali ho visto e rivisto più volte tanto da conoscerli a memoria. Ho scelto,quindi, questi film solo perché rientrano nella mia diretta conoscenza e non perché la storia della settima arte in Italia sia priva di altri esempi significativi. Il secondo motivo è la mia convinzione che da questi film emerga una visione esotica, fascinosa ed avventurosa dell'”Oriente” tipica della percezione occidentale prima dell’11 settembre 2001, il giorno in cui tutto è cambiato.

Veniamo ai film. Ho deciso di trattarli in ordine cronologico poiché, alla luce del contesto in cui sono prodotte, è più semplice comprendere le pellicole (ma anche semplicemente per comodità).

Il primo film è “Totò le Mokò“del 1949 diretto da Carlo Ludovico Bragaglia. Si tratta di una parodia del film francese “Pépé le Moko” uscito nel 1937 per la regia di Julien Duvivier.

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Il film appare immediatamente come uno “pseudo-sequel” dell’omologo francese. Morto infatti il famigerato bandito Pepè le Mokò, della pellicola di Duvivier, la banda criminale da lui capeggiata cerca un nuovo leader altrettanto duro e carismatico. La scelta ricade sul musicista napoletano Antonio Lumaconi (alias Totò). Questi, ingenuamente persuaso di dover dirigere una banda musicale, raggiunge la gang di Le Mokò nella Kasbah di Algeri. Qui, con il favore della popolazione locale, i malviventi sono immuni alle retate della polizia franco-algerina.
Il sapore esotico dell’ambientazione non emerge immediatamente. Infatti la banda, forte della presenza del nuovo capo, inizia la propria attività criminale con una rapina al consolato francese. In questa fase, ma quasi in tutto il film, gli arabi sono praticamente invisibili (mi si consenta la semi-citazione) e quando si vedono sono assolutamente muti. Da francesi, infatti, è interamente composta la banda e pienamente occidentale è l’ambientazione iniziale. Solo alcuni dei personaggi secondari sono arabi. I personaggi femminili si riducono a sciantose e ballerine succintamente vestite in pieno stile “harem cinematografico” (Fatema Mernissi avrebbe molto da dire in merito). Gli uomini sono invece tutti vestiti con abiti presuntuosamente tradizionali: lunga tunica bianca e turbante che spesso copre anche il viso (altro che burqa). Alla fine della pellicola, camuffato da arabo e quindi vestito in tal guisa, si presenta lo stesso Pepè le Moko, misteriosamente sfuggito alla morte. Il tutto è condito dalla classica tresca amorosa che porterà al grottesco duello tra i due Le Mokò: Totò e Pepè. Il gangster Francois (interpretato da Luigi Pavese) non riconosce subito il vecchio capobanda, travestito da arabo, e lo apostrofa con parole emblematiche ed eloquenti: “Che cosa vuoi? Sporco arabo!”. Insomma, chapeau.

Ritengo necessario segnalare, dello stesso anno, la pellicola “L’imperatore di Capri“per la regia di Luigi Comencini.

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Antonio De Fazio (Totò) lavora come cameriere in un albergo napoletano; un’ospite dell’hotel, Sonia Bulgarov, scambiandolo per il Bey Khan di Agapur, l’uomo più ricco del mondo, gli dà un appuntamento. Viene così invitato, insieme a un suo amico anche lui residente dell’hotel, a Capri, dove, creduto anche qui il Bey, riceve le attenzioni della gente più chic dell’isola che fa di tutto per imitarlo e “aggiudicarselo”.
Il particolare più interessante del film, basato sull’equivoco circa l’identità di Totò, è che il riferimento orientalistico in esso contenuto è abbastanza fondato storicamente. La figura del Bey Khan di Agapur, infatti, si rifà chiaramente a quella dell’ Agha Khan. Quest’ultimo è un titolo ereditario utilizzato dal capo della setta sciita dei nizariti. L’Agha khan dell’epoca, Ali Salman Agha Khan, era un personaggio noto per la vita mondana e per il lusso sfrenato di cui si circondava. La prova decisiva che spinge a ritenere il film ispirato a questa figura dell’islam sciita è il finale. Totò, che inconsciamente salva la vita del Bey, viene ricompensato da quest’ultimo con una quantità di brillanti pari al suo peso. Questa pratica riprende un rituale che ogni anno si compie davvero a Karachi, in Pakistan. I fedeli della confessione nizarita offrono all’Agha Khan una quantità d’oro esattamente pari al suo peso corporeo.

Il terzo film è “Totò Sceicco” del 1950 per la regia di Mario Mattoli. Anche in questo caso si tratta di una parodia di pellicole straniere. La prima è l’opera hollywoodiana”Il figlio dello sceicco”, che consacrò il successo di Rodolfo Valentino nel 1926; la seconda è “L’atlantide” del 1949, ispirata all’omonimo romanzo di Pierre Benoit.

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In questo caso la locandina è dannatamente eloquente. Totò infatti, agghindato da sceicco con tanto di copricapo e scimitarra, tiene la regina di Atlantide (Antinea) nella mano destra ed un gruppo di donne in atteggiamento danzante nella mano sinistra. Si tratta di odalische dai vestiti appena accennati, ancora una volta in stile harem (aridanghete). Ma andiamo per gradi.
Totò, maggiordomo intenzionato ad arruolarsi nella famigerata Legione Straniera per riportare in Italia il marchese suo padrone, si ritrova invece a doversi fingere figlio di uno sceicco a capo della  rivolta araba proprio contro la legione straniera. L’ambientazione è imprecisa. La rivalità tra tribù arabe e Legione Straniera suggerisce che siamo in Nord-Africa, ma dove esattamente, non è dato saperlo.
Gli orientalismi della pellicola sono i soliti: il lussurioso ambiente dell’harem dettato dal fatto che lo sceicco, per definizione, è un poligamo di gran scuola; gli arabi sono anche in questo caso invisibili o estremamente grotteschi: tutti biascicano un grammelot di versi incomprensibili e ridicoli, tanto che uno di essi viene accusato da Totò di essere di Bitonto (orgoglio pugliese!).

Il quarto film è “Un turco Napoletano“, adattamento cinematografico del 1953 della commedia teatrale “Nu turco napulitano” di Eduardo Scarpetta, ispirata a sua volta alla farsa francese”Le Parisien” di Hennequin.

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In questo caso la locandina è meno “rappresentativa”di quanto si possa immaginare. L’ambientazione sensuale da harem è sì presente, ma le donne del film (tra cui le splendide Isa Barzizza e Franca Faldini, compagna di Totò) sono assai meno svestite che in questa immagine.
Ancora una volta la trama si basa su un intreccio di equivoci all’italiana. Totò, alias Felice Sciosciamocca, ruba l’identità di un misterioso turco per prestare servizio nella bottega del corpulento don Pasquale. Questi, ammalato di gelosia patologica, crede che Totò sia un eunuco. Pertanto lo coccola e lo corteggia per farlo rimanere al proprio servizio (alloggio,vitto,lavatura, imbiancatura…e stiratura) e per tener d’occhio la giovane e bellissima moglie. La scena ripresa dalla locandina, in cui non manca il canonico narghilè, è quella in cui Totò, creduto eunuco da tutta la gente del paese (Sorrento), entra indisturbato nello spogliatoio femminile di uno stabilimento balneare.  Le fanciulle avvenenti che lo attorniano iniziano a fargli domande sulla sua terra d’origine (Impero Ottomano, all’epoca). Qui si concretizza il massimo dell’orientalismo. Si tratta, però, di un orientalismo esplicito.Mi spiego meglio. Se,infatti, Said ci insegna che la definizione di “Oriente” ingabbia paesi e popoli diversi in concezioni stereotipate e generiche e lo fa per ignoranza, anche il Felice Sciosciamocca di Mario Mattoli è ignorante, trovandosi a parlare di cose che non conosce assolutamente, essendo un falso turco (un turco napoletano, appunto). Il pubblico tutto questo lo sa.
Ad esempio: una ragazza chiede a Totò:”Don Felice, parlateci dell’oriente!”, e Totò risponde con una frase più che emblematica: “Ahh, l’oriente! L’oriente! Allah, Allah, Maometto!”. Fine.

Il quinto ed ultimo film è “Totò d’Arabia“. La pellicola, diretta da Josè Antonio de la Loma, è del 1965. Anche in questo caso si tratta di una doppia parodia ispirata ai recenti (all’epoca) capolavori cinematografici “Lawrence d’Arabia” (1962) ed il primo film della saga di James Bond.

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Totò, ex-militare italiano al servizio, come domestico, presso l’Intelligence Service britannico viene promosso ad agente segreto con il nome di Agente 00Ø8 al fine di convincere il regnante di Shamara, lo sceicco Ali El Buzur (un nome una garanzia) a cedere il petrolio al Regno Unito. I soliti riferimenti lussuriosi all’harem in questo caso sono presenti quasi soltanto nella locandina. Le donnine semi-svestite non compaiono nella pellicola se non alla fine.

Piccola parentesi: sulle strategie di comunicazione adottate dalla distribuzione cinematografica italiana bisognerebbe fare tutto un discorso a parte.

Gli arabi in questo caso sono più presenti e più parlanti. Si rivolgono agli occidentali, ad esempio, col titolo di “effendi“. L’orientalismo della pellicola, oltre alla collocazione geografica oscura tra il Kuwait ed il Mar Rosso, sta proprio in quelle poche scene in cui i personaggi pronunciano qualche parolina in arabo. Ad esempio il tradizionale saluto “As-salamu ‘aleykum” viene scempiato nei vari “salamelek” o “assalamelek” o “salamelekòm”. L’apice del grottesco viene raggiunto quando lo sceicco El Buzur (interpretato da Fernando Sancho) tira fuori qualche giaculatoria di matrice islamica. Lamentandosi di non riuscire ad avere un erede a cui lasciare il suo regno, il panciuto sceicco dice frasi come “lailà Mohamed rasilà” che dovrebbe costituire il tawhid: l’enunciazione dell’unicità di Dio e, in aggiunta, della missione profetica di Muhammad (in arabo “La ilah illa Allah, wa Muhammad rasùl Allah!”). Non dico che il film doveva essere un documentario sui dialetti della penisola arabica, però una piccola consulenza linguistica la potevano chiedere!

Con questo overview delle pellicole di Totò in cui compaiono riferimenti all'”Oriente” come luogo di avventura, lussuria ed esotismo, non ho voluto demolire l’opera di autori e registi di queste pellicole. I film sono sempre figli dei tempi in cui vengono girati! Penso solo che occorra sottolineare che questa visione dell'”Oriente” quanto mai stereotipata e generalizzante è presente ancora oggi ma con connotazioni diverse ed inedite. Se questi film fossero girati ai giorni nostri, infatti, anziché opulenti Bey, avvenenti danzatrici, eunuchi e temibili gangster, i personaggi principali sarebbero barbuti tagliagole che terrorizzano il mondo coi loro video di sgozzamenti. Ma c’è solo questo, oggi, in “Oriente”?

Francesco Petronella

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