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Ho avuto modo di leggere e studiare un libro molto interessante intitolato “Storia del Jihad contemporaneo” di David Cook. Lo scrittore analizza i cambiamenti che il termine “jihad” ha subito nel corso della storia dai tempi della rivelazione ai giorni nostri. L’edizione italiana, tradotta da Piero Arlorio, è a cura di Roberto Tottoli.

Da un punto di vista linguistico, il termine “jihad” proviene dalla radice jahad e significa fare uno sforzo.Nella dottrina classica, il jihad è una guerra connotata in senso religioso per la diffusione dell’islam.

Oggi, il termine jihad viene interpretato erroneamente come  “guerra santa”, termine preso in prestito dal lessico inerente le crociate ed è per questo rifiutato dai musulmani.

Il Corano naturalmente parla di jihad ed è proprio su questo punto che lo scrittore si sofferma per capire: Di quale tipo di jihad parla il Corano? Vi sono numerosi versetti che parlano del jihad combattente; uno di questi versetti è il versetto 111 di sura Al-Tawba “il pentimento”; una sura molto importante per lo studio del jihad ed è l’unica che non inizia con la basmala proprio per rimarcare il carattere marziale del testo.

Questo è il versetto: “Allah ha comprato dai credenti le loro persone e i loro beni [dando] in cambio il Giardino, [poiché] combattono sul sentiero di Allah, uccidono e sono uccisi. Promessa autentica per Lui vincolante, presente nella Torah, nel Vangelo e nel Corano. Chi, più di Allah, rispetta i patti? Rallegratevi del baratto che avete fatto. Questo è il successo più grande”. Il versetto parla di un patto tra Dio e i credenti; cioè, i credenti donano la loro vita a Dio in cambio del paradiso. Il significato del versetto è chiaro, ma nonostante ciò alcuni musulmani l’hanno interpretato in modo diverso, ovvero che con il versetto si intende la proclamazione dell’islam e non un jihad combattente, detto anche“Piccolo jihad”. Questo è solo uno dei numerosi versetti che parlano del jihad combattente.

È chiaro che il Corano ha fondato la dottrina del jihad. Mentre per quanto riguarda gli hadith,  detti e  fatti attribuiti al profeta Muhammad, pace e benedizione su di lui; in quelli autentici non vi è alcun riferimento al Jihad spirituale, ossia il“Grande jihad”. Occorre soffermarsi a riflettere sul significato del “Grande jihad”. Con il “grande jihad” si intende l’atto di combattere contro le proprio passioni e bassezze attraverso uno sforzo interiore.

Per quanto riguarda le conquiste islamiche del VII e del VIII secolo, lo scrittore si domanda: quale fu l’ideologia alla base delle conquiste?

Dalla letteratura arabo-islamica emerge che le battaglie condotte dai musulmani possono suddividersi in due categorie:

  • Battaglie in cui il jihad aveva un carattere offensivo, come la guerra contro i bizantini.
  • Battaglie in cui il jihad aveva un carattere difensivo.

Lo scrittore evidenzia che le confraternite sufi, nate a partire dal X secolo, hanno attribuito al jihad un significato diverso rispetto a quello esistente già prima. Queste, l’hanno interpretato unicamente come uno sforzo spirituale. In più, con l’andare del tempo, le conquiste hanno incominciato a riguardare regioni più lontane e molti combattenti non erano più disposti ad abbandonare casa e famiglia per partecipare al jihad. Questo è il momento in cui la definizione di jihad viene ampliata in modo da includere le dinamiche dello sforzo e della lotta.

Altri studiosi occidentali, come Morabia, concludono che la dicotomia vigente tra grande e piccolo jihad è solo una finzione concepita per rendere il jihad accettabile agli occhi della società.

L’autore americano arriva così alla conclusione che il jihad combattente è ben attestato nelle fonti, motivo per cui non scomparirà mai. Infatti, oggi, organizzazioni terroristiche come Daesh si basano su alcuni versetti coranici che parlano del jihad. I suoi combattenti sono pienamente convinti che andranno in paradiso.

jihad

La critica dello scrittore è rivolta ai musulmani che affermano che l’origine del jihad sia spirituale e non combattente. Per Cook, i musulmani che affermano ciò sono per la maggior parte studiosi che scrivono in lingue occidentali e non in arabo, infatti chi conosce l’arabo non arriverebbe mai a concludere che la forma originaria del jihad sia quella spirituale e non quella combattente. Ciò però, non giustifica assolutamente i comportamenti di alcune organizzazioni terroristiche, gruppi armati che incutono il terrore tra la massa in nome dell’islam, interpretando a modo loro alcuni versetti, tra cui quelli stessi del jihad.

È vero che il corano parla di jihad, ma bisogna tenere in considerazione sia il contesto storico che l’identità dei nemici. Il corano parla di combattere esclusivamente gli infedeli. Ma vi è tutta una procedura alla quale bisogna attenersi; infatti, quando nel IX secolo, il jihad venne sistematizzato, venne stabilito che gli infedeli dovevano essere invitati a convertirsi e, se accettavano, non poteva essere mossa guerra contro di loro. Se rifiutavano, invece, bisognava invitarli al pagamento del tributo. Se accettavano non poteva essere mossa guerra contro di loro e se rifiutavano dovevano essere combattuti fino alla morte.

Il jihad, diversamente da molti esempi di guerra, ha delle regole che devono essere rispettate, tra cui:

  • Il jihad deve essere dichiarato e devono essere dichiarate le sue cause, che qualora soddisfatte lo prevengono.
  • L’immunità dei non combattenti (donne, bambini, anziani, l’uomo che aiuta il nemico, ma che non partecipa alla battaglia).
  • Il rispetto del nemico caduto.

È chiaro quindi che il sedicente “Stato Islamico” non si attiene né alle regole del Jihad né alla dottrina classica.

Kyare Khaled

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