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La città di Palermo. Fonte immagine www.livesicilia.it

Qualche mese fa ho avuto la possibilità di approfondire un tema che ha sempre suscitato il mio interesse e affascinato: le seconde generazioni di migranti (G2).

Io sono nata a Palermo, città ricca di popoli e di culture, sin dall’antichità. Isola situata al centro del mediterraneo, ponte tra il continente africano e quello europeo. Terra di approdo di migliaia di migranti in cerca di una vita migliore.

La migrazione è un tema molto dibattuto e controverso al giorno d’oggi e il mio lavoro nasce dal desiderio di individuare in particolare la condizione delle seconde generazioni in relazione alle prime e alla società di accoglienza.

Dobbiamo infatti tener presente che i figli e le figlie delle migrazioni vivono una situazione molto particolare, in quanto si ritrovano a fungere da mediatori  tra la cultura d’origine dei genitori e, in questo caso, la cultura italiana.

Ciò che mi ha da sempre affascinato è come questi ragazzi e questa ragazze riescano a far convivere e talvolta a conciliare le diverse realtà che si trovano ad affrontare.

Spesso, i due retroterra culturali, divergono profondamente. Cambiano la lingua, le “tradizioni/consuetudini” e quindi il modo di vivere e infine, il credo religioso.

Ho scelto di approfondire 7 tematiche che ruotano attorno a questa particolare condizione sociale:

  • rapporto generazione/potere
  • trasmissione/tradimento” (cosa salvano e cosa no della propria cultura d’origine e cosa pensano di trasmettere di essa alle seconde generazioni)
  • lingua
  • matrimonio/sessualità/amore (matrimoni combinati, il matrimonio come valore, relazioni sessuali prematrimoniali e verginità, amore)
  • religione (spirituale, strumentale al potere familiare sociale)
  • genere (come e se cambiano questi aspetti secondo il genere)
  • società di accoglienza

Ho quindi realizzato sei interviste a 3 ragazzi e 3 ragazze, tutti di età compresa tra i 23 e i 27 anni, di tre diverse nazionalità: Tunisia, Bangladesh e Sri Lanka.

Sono nati tutti in Italia (a Palermo), tranne i ragazzi bengalesi che sono arrivati a Palermo prima di compiere 6 anni. Tutti gli intervistati lavorano e/o studiano.

La scelta delle nazionalità è dipesa dal fatto che la mia città, ospita molte persone provenienti da questi Paesi che hanno delle comunità molto numerose e che si sono stabilite nel capoluogo anche da diverse generazioni. Un altro fattore che mi ha indotto ad intervistare i ragazzi di queste tre nazionalità, dipende dal loro credo religioso. Infatti, come ben sappiamo Tunisia e Bangladesh, anche se molto distanti tra loro ed appartenenti a continenti diversi (rispettivamente Africa ed Asia), sono Paesi la cui religione maggioritaria è l’Islam.

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Moschea in via del Celso a Palermo. Fonte immagine: www.flickr.com

 

Lo Sri Lanka è uno Stato insulare che si trova in Asia nell’Oceano indiano. Nonostante sia un’isola non molto grande, sono molte le religioni in essa praticate. La ragazza e il ragazzo da me intervistati fanno parte di famiglie induiste (religione politeista ma con obblighi religiosi e morali simili all’Islam).

Complessivamente posso senza alcun dubbio affermare che tutti loro si ritengano a pieno titolo cittadini italiani ma sono ben consapevoli che il loro bagaglio culturale è più ampio e ricco.         

Per alcuni di loro è difficile riuscire a trovare compromessi con le famiglie. Molti vivono dei veri e propri conflitti interiori, in quanto la loro mentalità è completamente diversa rispetto a quella dei genitori, che spesso rimangono ancorati alle tradizioni e alle consuetudini dei Paesi d’origine. A tal proposito ricordiamo la pratica dei matrimoni combinati, l’usanza del coprifuoco per le ragazze e il “culto” della verginità (soprattutto femminile).

È stato molto interessante scoprire che nonostante questi ragazzi capiscano e parlino perfettamente la lingua della famiglia d’origine, non riescano invece a calarsi nella mentalità, non riuscendo in certi casi neanche a comunicare e creando fraintendimenti. Per esempio Layla, nata in Bangladesh e cresciuta a Palermo dall’età di 5 anni, afferma di aver difficoltà nel capire il senso dell’humour bengalese e di aver spesso problemi a comprendere il reale significato delle frasi in quanto afferma che i bengalesi: “Dicono una cosa e ne intendono un’altra.

Nonostante il rapporto un po’ conflittuale con le origini, 5 intervistati su 6 affermano di voler trasmettere il loro bagaglio linguistico e culturale ai figli:

“Trasmetterò me stessa. Ci sarà una parte di me che è stata influenzata dalla cultura tamil e una parte che è stata influenzata dalla cultura italiana.” (Jasmine-Sri Lanka)

Ho voluto concludere le interviste con una domanda: “Un domani torneresti a vivere nel paese dei tuoi genitori?” e queste sono state le risposte:

“Qui [in Italia] mi chiedono se sono straniera, e io rispondo di si, ma li mi sentivo davvero strana e straniera, un pesce fuor d’acqua.” (Layla-Bangladesh)

“Non credo che tornerei perchè l’ambiente che definisco casa è qui.” (Adil-Bangladesh)

“No. punto. Non mi sento completamente tamil, non potrei sopravvivere un giorno li.” (Jasmine-Sri Lanka)

“Sinceramente no. A vivere no.  Ci tornerei solo in vacanza. ” (Naveen-Sri Lanka)

“No [ride] non ci saprei vivere. Devi riadattarti, devi saper pensare con la loro stessa mentalità, è un Paese strano. Non sono più abituata a quella mentalità.” (Jasmine-Tunisia)

“Io voglio essere un nonno a Tunisi, per come ha fatto mio nonno.” (Jamil-Tunisia)

Erica Formosino

 

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