costituzione
Fonte immagine: www.libertiamoci.bari.it

 

La percentuale di detenuti stranieri presente in Italia si attesta oggi, secondo gli ultimi dati forniti dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, intorno al 35% rispetto al totale della popolazione carceraria, costituendone dunque, una porzione significativa (specialmente se paragonata alla percentuale che gli stranieri costituiscono sul totale della popolazione residente in Italia: 8,2%).

Tralasciando le condizioni di vita degli “ospiti” stranieri all’interno delle differenti strutture di accoglienza ed identificazione predisposte dal legislatore a partire dalla legge 40/1998 (c.d. legge “Turco-Napolitano”), le quali costituiscono forme di trattenimento amministrativo ad hoc, nelle quali i cittadini extra-comunitari sono molto spesso oggetto di violenze e soprusi, oltre che di un deplorevole raddoppiamento di pena in attesa di un rimpatrio forzato, è ancor più interessante soffermarsi sul trattamento penitenziario in senso stretto, riservato a coloro i quali non siano in possesso della cittadinanza italiana.

L’articolo 2 della Costituzione italiana afferma che: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” e tra questi diritti, che la Repubblica deve attribuire all’essere umano in quanto tale e non soltanto al cittadino italiano, è certamente ricompreso anche il diritto alla tutela della libertà personale, la cui inviolabilità è racchiusa come un monito, nel primo comma dell’articolo 13 della Costituzione.

La libertà personale è tuttavia sacrificabile sull’altare della pubblica sicurezza; è un bene di cui può essere privato ogni cittadino che, compiendo un atto fortemente contrario ai principi dell’ordinamento penale, violi il contratto sociale, rendendo giustificabile il ricorso allo strumento della detenzione, utilizzabile nei confronti di tutti coloro che, cittadini italiani o stranieri, si trovino nel territorio dello Stato.

L’universo del diritto penitenziario ha, nella legge 354/1975 (c.d. ordinamento penitenziario), la propria stella di riferimento, la quale ricomprende al suo interno sia provvedimenti che inaspriscono la posizione del condannato all’interno delle strutture carcerarie, meglio noti come “provvedimenti di rigore”, sia numerosi provvedimenti favorevoli al detenuto: le misure premiali e soprattutto le misure alternative alla detenzione.

È essenziale intendersi pienamente sul significato dell’espressione “misure alternative alla detenzione”. Sono considerate misure alternative, quelle che consentono al detenuto di espiare la propria pena, o parte della stessa, con modalità differenti dall’esecuzione in un istituto penitenziario, al di fuori delle case di reclusione.

Costituiscono esempi tipici di misure alternative alla detenzione l’affidamento in prova al servizio sociale, la detenzione domiciliare, la liberazione condizionale, il lavoro all’esterno, l’assistenza all’esterno dei figli minori, ma anche una serie di altri provvedimenti extra ordinem, , destinati ad apportare delle modifiche favorevoli per alcune, specifiche, categorie di soggetti.

Il principio guida, che anima tutte le diverse misure alternative alla detenzione, è rinvenibile, ancora una volta, all’interno della nostra Costituzione, la quale, nell’articolo 27, terzo comma, sancisce in maniera splendida ed insindacabile che le pene, e dunque in primo luogo le pene detentive, oltre a non poter consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, devono tendere alla rieducazione del condannato.

carcere
Fonte immagine: www.minformo.it

Se è dunque vero che i diritti di ottenere una seconda possibilità, di accedere ad un percorso rieducativo e di essere oggetto di una pena che non abbia solo una valenza retributiva, sono diritti fondamentali e ampiamente riconosciuti dalla nostra Repubblica, e se è parimenti vero che i diritti fondamentali sono riconosciuti dalla stessa a tutti gli uomini, indipendentemente da differenziazioni di varia natura, allora non dovrebbe sorgere alcun tipo di dubbio in merito alla possibilità di accesso alle misure alternative alla detenzione anche per i detenuti extra-comunitari.

In realtà, il precedente sillogismo non è sempre stato pacifico e la giurisprudenza ha avuto bisogno di tempo, per approdare a posizioni di questo tipo.

Infatti, secondo una prima interpretazione, fornita dalla Cassazione Penale, sezione I, nell’estate del 2003, tutte le misure alternative alla detenzione non avrebbero potuto essere disposte nei confronti di soggetti che si trovassero in Italia in una condizione di clandestinità, tale da rendere illegale la propria presenza e dunque oggetto di provvedimenti di espulsione, poiché non sarebbe stato possibile ammettere che l’esecuzione della pena avesse luogo con modalità incompatibili con l’irregolare presenza degli stranieri sul suolo nazionale.

In una pronuncia successiva, risalente al maggio del 2005, la Suprema Corte ha ribaltato il proprio orientamento e, prendendo le mosse proprio dalla finalità rieducativa sottesa ad ogni forma di misura alternativa alla detenzione, ha ritenuto le stesse applicabili finanche agli stranieri irregolari raggiunti da un provvedimento di espulsione, approdando ad una posizione certamente più confacente con il dettato costituzionale, affermando che, in questi casi, è proprio la finalità rieducativa che giustifica la presenza dello straniero sul territorio nazionale.

In virtù del contrasto interno tra sezioni, è stato necessario un intervento delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, le quali si sono allineate al secondo orientamento riportato in precedenza, all’interno della sentenza n.7458 del marzo del 2006.

Parallelamente allo svolgersi del procedimento volto ad ottenere questo riconoscimento, fondamentale per rendere effettiva l’uguaglianza tra tutti gli uomini, nell’accesso alle misure alternative alla detenzione, è sorto tuttavia un altro problema, legato alla configurazione, operata dalla legge 189/2002 (c.d. legge Bossi-Fini) di una tipologia particolare di provvedimento di espulsione dello straniero, definita come “espulsione alternativa alla detenzione”.

Alla luce di quanto detto in precedenza, appare davvero paradossale riuscire a trovare un elemento di rieducazione e risocializzazione in un provvedimento che ha invece, come fine ultimo, quello di allontanare lo straniero irregolare dal territorio dello Stato.

Un istituto così paradossale è stato costruito da un legislatore inesperto e poco capace il quale, nascondendosi dietro l’assurda convinzione in base alla quale è possibile rieducare un uomo, rimpatriandolo verso il paese dal quale è fuggito, ha in realtà allestito un altro strumento per tentare di svuotare le carceri italiane, con la Corte Costituzionale ad assumere il ruolo di spettatore interessato ma passivo dinanzi ad una così grave violazione dei principi fondamentali che essa è chiamata a tutelare.

Dinanzi ad un quadro confuso ed intricato come questo, solamente la cultura, prima di tutto giuridica, ed il coraggio di farla emergere e di imporla, possono porre rimedio ad una delle tante, troppe violazioni delle prerogative fondamentali dell’individuo, che ancora affollano quella che Bobbio definì, forse con eccessiva fretta ed ottimismo, “Età dei diritti”.

Marco Nuzzi

Advertisements