i nostri diritti adesso
“I nostri diritti adesso!” una donna marocchina durante una manifestazione in difesa dei diritti delle donne.

Sebbene molti continuino a sottolineare la natura ossimorica del soggetto, il femminismo nei paesi del MENA – acronimo con cui internazionalmente si fa riferimento ai paesi del Middle East and North Africa –  è una realtà variegata e complessa, in continua evoluzione e definizione. In effetti, sarebbe meglio parlare di femminismi. Se da un lato il punto di partenza generale resta il raggiungimento dell’emancipazione, dall’altro il femminismo di matrice arabo-islamica ha assunto forme, principi e metodi di lotta differenti e talvolta in accesa contrapposizione che tendono a disorientare anche i più acuti osservatori esterni.

Ad oggi, possiamo distinguere tre correnti principali nei movimenti di lotta per l’emancipazione femminile: femminismo islamico, attivismo islamista e femminismo laico.  

Sebbene alcune femministe occidentali siano convinte che le lotte femministe partorite in Occidente siano le uniche degne di essere definite tali, i movimenti femministi arabo-islamici si sono sviluppati sin dalla fine dell’Ottocento. Inoltre, l’Unione Femminista Egiziana, prima nel suo genere nella regione fu fondata nel 1923, ben prima di molti movimenti femministi europei.

Il femminismo islamico, emerso alla fine del XX secolo, si fonda sulla reinterpretazione del Corano e sulla rilettura critica della Sunna e degli Hadith in una prospettiva di genere che faccia emergere le donne e il ruolo attribuito loro nella società e nella famiglia. Convinte che il percorso di emancipazione femminile non debba necessariamente conformarsi al modello laico proposto dal femminismo occidentale, le femministe islamiche sostengono che l’Islam affermi l’uguaglianza di tutti gli esseri umani e che l’interpretazione misogina del suo messaggio sia frutto della cultura patriarcale che vuole la donna sottomessa.

Ne Le donne del Profeta la scrittrice marocchina Fatema Mernissi, considerata una delle principali esponenti del movimento a livello internazionale – sebbene non si sia mai autodefinita tale ‒ mostra come la storia dell’Islam agli albori sia stata caratterizzata da una significativa presenza femminile. Pur non possedendo il pieno diritto di cittadinanza, le donne rivestivano importanti ruoli di leadership. Le figure femminili della tradizione musulmana sono forti, audaci, in grado di guidare l’esercito sul campo di battaglia: l’esempio più emblematico è Aisha, la più giovane delle mogli del Profeta, che si mise a capo delle truppe per contestare la legittimità del quarto califfo. Rileggendo i testi sacri in una prospettiva di genere, le femministe islamiche rivendicano la riforma dei codici di legge e delle istituzioni che attualmente mortificano e discriminano le donne, segregandole in una condizione di inferiorità. La collaborazione tra movimenti femministi, islamisti e attivisti laici ha portato alla riforma del diritto di famiglia, entrata in vigore in Marocco nel 2004, e denominata Mudawwana alusra.

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Donne marocchine protestano durante le manifestazioni della “Primavera Araba”

L’attivismo islamista femminile condivide con quello islamico la necessità di lottare contro l’oppressione delle donne e, per fare ciò, si serve di principi islamici, nella convinzione che la chiave dell’emancipazione si possa trovare all’interno del proprio universo culturale, senza bisogno di adattarsi ai modelli del femminismo occidentale. Tuttavia, per la corrente islamista il ruolo della donna resta principalmente quello di moglie e madre, perciò tutto ciò che esula dai doveri familiari (partecipazione politica, lavoro, impegni pubblici, educazione) passa in secondo piano. Il movimento islamista, inoltre, ha a cuore la battaglia per sconfiggere i pregiudizi nei confronti dell’hijab (il velo) visto come simbolo di fede e di attivismo politico. Nadia Yassine, icona dell’islamismo femminile nel Mediterraneo, per esempio, ricorda che la scelta di indossare l’hijab è un atto altamente politico, uno strumento identitario che la donna può usare per rivendicare la propria spiritualità, il proprio spazio nella società, la propria dissidenza.

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Una ragazza difende orgogliosamente il suo diritto ad indossare il Hijab

Di tutt’altro avviso è il femminismo laico che ritiene incompatibili emancipazione femminile e principi religiosi. Per quanto le letture progressiste dei testi sacri siano lodevoli, è impossibile ottenere l’affermazione dei diritti delle donne all’interno della cornice culturale di una religione che, come tutte le religioni, nasce proprio con l’intenzione di sottomettere le donne al dominio maschile. A proposito del velo, per esempio, sollevano dubbi riguardo alla sua esaltazione come simbolo di libertà ed emancipazione; per il femminismo laico esso è per lo più il simbolo di un retaggio culturale, volto a dividere le donne in sante e peccatrici. La scelta di indossarlo non sarebbe, dunque, frutto di una libera scelta ma piuttosto dettata dalla necessità di conformarsi alla pressione del contesto sociale d’appartenenza.

Ciò che emerge è che non è possibile parlare di femminismo come di un movimento univoco ed universale, applicabile indistintamente ad ogni società e tradizione culturale. Una parte del femminismo occidentale rifiuta di identificare le istanze di liberazione della donna emerse nel mondo arabo-islamico con il termine femminismo, quasi a voler monopolizzare la parola, affermando che o si è femministi alla maniera tradizionale o non lo si è. La visione stereotipata del MENA, veicolata dall’Occidente, ha finito per abbattersi anche sulla figura femminile: la donna arabo-islamica è sempre rappresentata come vittima, povera, fedele alla tradizione. Elementi narrativi che finiscono per rafforzare la propaganda imperialista e coloniale che vorrebbe l’Occidente come l’unico in grado di liberare i paesi e le popolazioni sottomesse dalle catene d’oppressione delle società più arretrate.

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Vignetta satirica contro la pretesa delle femministe occidentali di salvare le donne musulmane.

Al di là delle discussioni di forma, resta il fatto che le donne arabe e musulmane, in modi diversi e spesso in contraddizione tra di loro, stanno facendo passi avanti nel rivendicare un ruolo più attivo all’interno della famiglia, della politica, dell’economia e della società. E non è proprio questo l’obiettivo dichiarato della lotta femminista?

Qualunque sia il modo della lotta, le donne tutte – senza distinzione tra Occidente e Oriente – trarranno più benefici dal confronto, la cooperazione, il rispetto tra le diverse correnti, piuttosto che dallo screditarsi reciprocamente. Ben vengano più voci, ben vengano molti e variegati femminismi, piuttosto che nessuno.

Caterina Pucci

 

Credits immagini:
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